Vulcano

Recensione del film Vulcano- Ixcanul di Jayro Bustamante pubblicata su Cronache del Garantista, il 12 giugno 2015

Tra i titoli di testa ci appare il viso di una ragazza immobile, assorta, inerme. Una donna la sta adornando a festa. Non ci sono sorrisi, solo silenzio. Maria vive nello splendore dei suoi 17 anni assieme ai genitori, discendenti dei Maya, presso una piantagione di caffè ai piedi di un vulcano ancora attivo. Nessuno di loro parla lo spagnolo, nessuno di loro sa leggere. I genitori le hanno arrangiato un matrimonio con un uomo che lei sta per conoscere, Ignacio, il supervisore della piantagione in cui lavora tutta la famiglia di Maria, ma quello che interessa alla ragazza è il mondo oltre il vulcano stesso, per lei una zona inesplorata, per scoprire la quale interroga invano gli altri, pochi, esseri umani che conosce: “Mamma, cosa c’è dietro il vulcano?”. “Acqua fredda”: è la risposta della madre. Seduce quindi un giovane mietitore, Pepe, che vuole scappare verso gli Stati Uniti e che, prigioniero del suo sogno, se ne va senza salutarla, lasciandola con un figlio in arrivo.

Jayro Bustamante ha vinto con questo primo lavoro, “Vulcano- Ixcanul”, ambientato in Guatemala (nella sale dall’11 giugno, distribuito da Parthènos e Lucky Red), un meritato Orso d’Argento al Festival di Berlino, Premio Alfred Bauer per un lungometraggio che apre nuove prospettive. E “Vulcano-Ixcanul” è davvero un film incredibile, capace di immergerci in una dimensione unica, perché Bustamante ci è nato in quella terra (“Ho trascorso la mia infanzia sugli altopiani del Guatemala circondati dai vulcani. Da piccolo attraversavo le montagne insieme a mia madre, accompagnandola nelle sue campagne sanitarie che consistevano nel convincere le donne maya a vaccinare i loro bambini”) e la ritrae con emozione ed onestà, vivendo e filmando per noi la vita di una comunità lontana da tutto ciò che conosciamo e che nemmeno immaginiamo perché parte di un mondo vasto e stupefacente.

Fin dalla prima scena ci sentiamo quindi catapultati in una natura incontaminata in cui veniamo in contatto, attraverso una potente fotografia, con la popolazione che la abita: un clan che vive in perfetta simbiosi con la madre terra di cui conserva ancora gelosamente il linguaggio per comunicare. La si coltiva questa terra benedetta e maledetta, si passa il tempo tra un pollaio e un porcile, si raccoglie il caffè nelle piantagioni. Si sgozza il maiale, si contano le lune per sapere se si è in un periodo fertile, si combattono i serpenti.  Maria, con i suoi lunghi capelli corvini ha lo sguardo assente, ci comunica la sua voglia di evasione, di vivere in un mondo nuovo, lontano dalle dure regole ancestrali della sua famiglia ancora dedita a donare sacrifici al vulcano perché non si risvegli. E con la stessa forza vivida e spaventosa di quel monte pieno di fuoco sacro che le guarda dall’alto, le donne lavorano allo stremo delle forze e custodiscono segreti da nascondere con ogni mezzo. Per questo sono intense e commoventi le domande di Maria: “L’aria profuma di caffè e di vulcano, che odore c’è negli Stati Uniti?”. I sogni son desideri finché non ci si sveglia nella realtà e Maria si sente e agisce come il vulcano. Non c’è tempo per la disperazione. C’è spazio solo per trovare una soluzione. Dopo i rudi e disperati tentativi di aborto, che le vengono imposti dalla madre per non perdere il diritto di semina sui campi e il diritto di continuare ad abitare la casa, senza acqua e luce ma pur sempre un posto dove stare, sfidando la vendetta del supervisore Ignacio, l’oracolo del fuoco vaticina che il destino di questa creatura è quello di venire alla luce. E Maria è naturalmente contenta di questa possibilità che viene data a lei e alla sua bambina. Più tardi, il morso di un serpente la porterà in quel “mondo moderno” che ha sognato così tanto, e che le salverà la vita. Ma ad un prezzo spaventoso. Ci sarà una nuova vita ad attendere lei e la sua creatura, ma una vita che non potranno vivere insieme per colpa degli inganni di uomini prepotenti, meschini e corrotti.

La protagonista del film – spiega il regista – “è un personaggio che lotta per forgiare con le sue mani il proprio destino, malgrado le sia vietato farlo”. Il ritratto privato di questa giovane donna, però, si specchia nella descrizione di un grave problema sociale: “Sfortunatamente – continua Bustamante – le comunità che abitano gli altipiani guatemaltechi hanno subito il violento impatto del traffico di minori nel corso del conflitto armato che ha flagellato il Paese e anche oltre (1960–1996). Il rapimento di bambini in Guatemala non è un segreto: con soli 14 milioni di abitanti, è diventato il principale esportatore di bambini nel mondo. L’ONU riferisce di 400 sequestri di minori ogni anno, portati a termine in condizioni di assoluta impunità. È una problematica molto vasta e oscura che implica la responsabilità di numerosi soggetti, tra cui funzionari pubblici come notai e giudici, oltre a medici, direttori di orfanotrofi e molti altri. Il mio interesse si è focalizzato sulle madri, vittime di questa aberrazione”.

Alla stregua di “La jaula de oro – La gabbia  d’oro” di Diego Quemada Diez, uscito nel novembre del 2013 (film che guarda caso in Italia ha avuto lo stesso distributore di “Vulcano”, ovvero la meritevole Parthenos di Padova), che racconta con un punto di vista assolutamente nuovo ed emozionante l’epopea di tre adolescenti guatemaltechi, due maschi e una femmina, attraverso il Messico verso il Texas, questa opera prima di Bustamante è concepita e girata con un sentimento partecipe del dolore del mondo e, benché molto diversi nel racconto, entrambi i lungometraggi trasmettono una lettura tragicamente convergente. Sembrano innanzitutto due film fatti per rispondere ad un appello urgente di empatia senza frontiere nei confronti dei simili più lontani e ci restituiscono intatta la dimensione umana, ancora vibrante d’infanzia, degli adolescenti migranti, provvisti soltanto dei loro sogni e dei loro desideri di felicità maldestra da opporre all’orrore del mondo verso il quale corrono.

Visivamente questo film è uno splendore. La fotografia è potente. E se gli attori, non professionisti e di etnia Maya, sono per forza di cosa perfetti, c’è spesso una sotterranea vena di gioia e umorismo che percorre anche le situazioni più dure perché trae la sua felicità da una sorgente mitica fatta di leggenda e tradizione: sapevate mica che per far eccitare i maiali si dà loro da bere del rhum?