Poetitaly

pubblicato su Cronache del Garantista, il 25 febbraio 2015

Uno dei più grandi poeti del Novecento, Mark Strand, ha scritto che il suo bisogno di muoversi (movimento nel corpo, movimento tra le parole) nasce dal bisogno di mantenere le cose intatte. Questo fa la poesia, restituire integre le cose, il loro nome, il significato dell’eros, la morte, la purezza, la perdita, gli entusiasmi e le lacerazioni. E questo processo di appropriazione, di individuazione, pure così intenso, non esime il poeta dal dire il senso di spaesamento, di esilio, di stupore sospeso, “il sottoporsi al duro allenamento ai dolori terrestri” (versi di Mariangela Gualtieri tratti dal Parsifal, nella raccolta “Fuoco sacro e altre poesie”). E questo si è ascoltato dai quattro poeti, Laura Pugno, Mariella Mehr, Gian Maria Annovi e Mariangela Gualtieri, che hanno letto nella prima serata del Festival Poetitaly al Palladium di Roma, declinando diversamente il tema dell’Esilio.

Una serata preceduta da letture e conversazioni sulla poetessa Amelia Rosselli, un percorso attraverso le sue invenzioni linguistiche, la metrica ispirata alle rivoluzioni musicali novecentesca, le sue folgoranti illuminazioni: il senso della perdita, la rivolta ai padri (si è notato una consonanza in questo con le tragedie shakespeariane Macbeth e Amleto), la durezza del “mestiere di vivere” (voluto e cercato il paragone con Cesare Pavese). Appunto la fatica e la bellezza del vivere, l’estraniamento anche linguistico accomuna ad Amelia Rosselli Laura Pugno, anche se lei preferisce evocare il termine spagnolo “Desarraigo”, (Sradicamento, spaesamento), quel “corpo diventato casa/…nel buio che cresce oltre la pelle/…il ricordarsi di avere paura nel buio che è buio ogni notte in ogni stanza). Il tema della casa, “ridotta a ciò che ritorna, in costanza di paesaggio, quel poco che uno si può portare dietro”. Una ossessione, una sensazione di esilio, che preme anche nei due componimenti inediti, dove “tutto si tiene con poco”, occorre raccogliere “la terra in un vento altissimo” perché “non c’è senso del perdere, tutta perduta è già la casa”.

Una ricerca poetica che a volte approda ad una magia crudele come quella di Mariella Mehr, nata a Zurigo, poetessa di etnia jenish, che ha subito persecuzioni in nome di un programma eugenetico promosso dal governo svizzero nei confronti dei figli appartenenti a famiglie nomadi (suo figlio le è stato sottratto quando lei aveva 18 anni, dopo di che è stata sottoposta a un intervento di sterilizzazione forzata), programma abolito solo nel 1970. Una ricerca per svuotarsi del dolore accumulato che estenua, contenuta in formule alchemiche rivolte alla carne e alle sue pause di gelo “nell’amore/togliamoci/esausti il gelo/ dai capelli” dalla raccolta “Ognuno incatenato alla sua ora”.  E i bellissimi e straziati versi “Spesso canta il lupo nel mio sangue/ e allora l’anima mia si apre/in una lingua straniera/. Luce, dico allora, luce di lupo/dico, e che non venga nessuno/ a tagliarmi i capelli”.

E ancora dolore femminile subito e cantato nei versi del poeta Gian Maria Annovi, in collegamento via Web cam da Los Angeles (dove pur giovanissimo insegna Letteratura Italiana alla Southern University California). Il dolore della donna immigrata che tiene tra le cosce il figlio piccolissimo, sulla barca che sbanda nella paurosa notte in mezzo al mare. Colei che non ha parole per dire “sete” e quindi le danno “il pane” e molta televisione”, per ottenere alla fine la parola per dire “che suo figlio galleggia in mezzo al mare”. La solitudine della straniera che fa da badante a una anziana incattivita dall’Alzehimer nel poemetto “La scolta”. “Sola prego/ Se signora mi morde io dice: faccia la brava bambina”), nella notte che procede la morte della signora “il momento della scomparsa/ scompare il motivo della attesa/ poi è il sonno violento che si alza”.

Infine i commoventi versi di Mariangela Gualtieri, tratti dal suo ultimo lavoro: “Bestia di gioia” e dai precedenti “Fuoco centrale”, e “Sermone ai cuccioli della mia specie” che chiudono sul senso della perdita “Io sono la mancanza /la mancanza che sono/… e non c’è nostalgia / io sono ciò che manca”. Fino all’intensissimo monologo finale, “Io non so”, richiesto per il bis, “….Io non so se l’amore sia una guerra o una/tregua, non so se l’abbandono d’amore/sia una legge che la vita cuce fino al/ricamo finale. Io non so/che farmene di questi nemici che premono,/non so che farmene oggi di questo oggi/e me lo ciondolo fra le dita perplesse,/non so parlare di quello che/è sentito nel profondo me, non so parlarlo/quell’essere che è qui presente fra le vite degli altri/.Io non so spiegarmi l’imperturbabilità/di Dio, e non mi spiego di non udire il/suo grave lamento, il suo urlo di collera o/d’amore, e non so vederlo che sono in cecità/ma vorrei sentirlo almeno piangere come piango io/guardando le facce indolorate, guardando le/facce con grave malattia terrestre,/io non so invocarlo né bestemmiarlo che/è troppo nella sottrazione e troppo/astratto per i miei chili umani….” Con la bellissima chiusa “E’ poco il poco che so e di questo/poco io chiedo perdono. Io chiedo/perdono per quello che so, perdono io chiedo/per tutto quello che so”. Il Festival Poetitaly proseguirà fino all’ 8 giugno in altri quattro incontri dedicati ai conflitti e ai desideri.