La stagione che verrà

pubblicato su Cronache del Garantista, il 10 aprile 2015

Ma io mi sciolgo davanti a uno snack-bar / se solo so che ci sei dentro tu, / e ho fatto verniciare d’oro il telefono / perché una volta mi hai chiamato tu. / Perciò ho deciso di regalarti gli Oceani, / fuori si intende dalle acque territoriali, / l’Atlantico, il Pacifico, l’Indiano, / e insieme a queste ingenti masse d’acqua / salata l’Artico e i Mari del Sud / con tutte le isole nuove disabitate, / che da lontano sembrano così verdi / per quanto, immagino, saranno piene di vipere.

Questi versi di J. Rodolfo Wilcock, (pubblicati in Poesie, Milano, Adelphi 1996 (3), p. 193), sono rivolti a un amore che merita gli vengano dedicati tutti gli oceani. E’ una metafora potente, quella del mare e della femminilità, che ritroviamo espressa con piena e rotonda dolcezza nella La stagione che verrà, il secondo libro della scrittrice Paola Soriga,
tra i migliori esordi del 2012 con il romanzo Quando finisce RomaNella stagione che verrà (Einaudi Stile libro, 2015, 158 pagine. Prezzo di copertina, 17 Euro), Dora e Agata (poi c’è Matteo che è il loro controcanto maschile, più di un amante per Dora, un amico con un legame antico e unico) sono belle e pregne di un eros antico, come il mare Mediterraneo, cui dedicare tutto l’amore possibile, nonostante la stagione che verrà, nell’approdo di un viaggio circolare verso una unica destinazione dove il desino dei tre personaggi arriva a compiersi. Sono donne luminose, Dora e Agata, perché portano nelle loro vene di viandanti l’epica della terra algherese le cui radici sono forti perché mischiate con il sangue di tanti popoli, e cantano le canzoni che assecondano l’umore delle acque mediterranee, quiete e turbinose, e del suo vento, che attraversa i monti e le pianure e arriva fino in Lombardia, e a Parigi, anche a Berlino arriva. E’ lo stesso vento, è lo stesso umore che arriva e dilaga nel Sud del mondo, in città come Addis Abeba (l’odore di incenso e della legna bruciata per cucinare, il caffè e la qat, il buio mai più visto delle notti). E’ lo stesso mare che di volta in volta assume i toni di un blu scuro e infinito come a Barcellona, viola come a Cagliari al tramonto ed è lo stesso cielo grigio come quello di Pavia, che nella sua antica università custodisce i suoni di molte delle lingue che si parlano sulle sponde del Mediterraneo e di cui Dora si diverte a trovare le analogie: l’algherese, il catalano, il castigliano, l’italiano e il sardo campidanese di sua nonna Isidora. Dora, la mediatrice culturale, la selvaggia, l’erotica; Agata, il medico, piena morbida e sensuale, insieme a Matteo, il ricercatore, intelligente e ironico e innamorato, si ritrovano alla soglia dei quarant’anni a Cagliari sull’orlo di una importante e personale svolta biografica, per raccontare le loro storie (a volte in terza, a volte, in prima persona come un canto a voci alternate). Agata fa la pediatra a Pavia, Gianluca l’ha lasciata quando è rimasta incinta e lei ha deciso di far nascere il bambino a Cagliari, dove da qualche mese è andata a vivere anche Dora. Matteo insegna a Bologna, ma quando scopre di essere malato sceglie di andare a curarsi a Cagliari e di abitare con Dora e Agata. Le loro storie di uomini e donne sono le storie di tutte le città che hanno abitato, da cui sono stati vissuti, attraversati, agiti, degli amori che li hanno affaticati e svuotati e riempiti: Alghero (la città di Dora, di luce e di bastioni), Pavia (la città di Agata, che l’avrebbe avvolta con il suo scialle grigio e l’avrebbe trattenuta a sé, fra le torri e il fiume, la polenta e la torta paradiso), Bologna (la città di Matteo, fredda e piena di sogni). E per tutti e tre, e proprio durante il G8, Genova (sempre umana, presente, partigiana, Genova che ancora nel sangue ci urla, parole con le quali Paola Soriga ricorda, citandolo, l’amato poeta Giorgio Caproni). Poi ancora Cagliari (con i suoi colli, il porto, i capperi sulle mura di Castello, la via per il mare, le colline di Capoterra. Il sole che cade, il viola del cielo, un volo di fenicotteri rosa che vanno a dormire nell’altro stagno) e Roma (sotto gli archi dell’acquedotto antico i resti di piastrelle e fuochi, margherite e iris viola come in montagna, in via del Mandrione Dora aveva pensato che strade belle come questa ce le ha soltanto Roma). Dora canta la canzone qué le voy a hacer si yo nacì en el Mediterràneo. Agata dice: Mi ero dimenticata di quanto sei noiosa quando canti, ridono assieme mentre Dora traduce la canzone all’amica, che ci posso fare se sono nata nel Mediterraneo, dice: – Se vuoi te la canto tutta-. Dora pensa sono tutte le acque in cui ho nuotato a rana o a dorso, la sabbia in cui mi sono stesa ad asciugare. …Sono tutte le case in cui ho dormito una notte sola, i campeggi e i bed and breakfast; una villa a Maiorca in cui avevo fatto colazione sotto un portico ricoperto di gelsomino, caffè e ensaimades;…il cortile di una casa a Giannutri con un ginepro che aveva rami su cui ti potevi sedere a guardare il mare. Perché di tutti questi posti Dora e Agata e la scrittrice stessa, che le ha inventate e raccontate, di tutti questi luoghi loro tre sanno dire la voce, il canto, la lingua, la poesia. Persino la danza, sensuale come sa essere la capoeira, di cui Dora conosce ogni incanto, è ipnotica e suggestiva come due amanti che si cercano e si perdono. Perché è tutto un groviglio di corpi e di vite che la scrittura di Paola tenta di dipanare dicendo l’amaro e trovando il rimedio nella vicenda di persone sempre sull’orlo della catastrofe ma decise ad avere un futuro. Come dice Dora nel monologo conclusivo “le rughe del mio viso non sono soltanto le mie, sono le stesse di mia madre e di mio padre, di Agata, che cura i bambini e di Matteo che prepara le lezioni; le mie mani sono anche le mani dell’oncologo che ha in cura Matteo e dell’infermiere che lo aiuta…sono le mani di tutti noi che ci arrangiamo, in queste piattaforme traballanti su cui passiamo l’esistenza, o meglio, come si dice in spagnolo, nos buscamos la vida, che è una forma più bello per dirlo, ci cerchiamo la vita, e infatti è così: la vita te la devi andare a cercare”.