Intervista al poeta Paolo Febbraro

photo Serena Campanini

pubblicato su Cronache del Garantista, il 26 maggio 2015

Nella prima guerra mondiale combatterono come soldati molti poeti e intellettuali.  Come si può immaginare c’è chi si arruolò per un senso dell’andare insieme, quella allegria del cantare insieme di cui dice Siegfried Sassoon (Tutti cantammo) e chi si fece soldato per aderire a proprie intime verità (come Saba, che si sentì per la prima volta parte di una comunità di uomini che mi avrebbero, al caso, difeso; e per i quali avrei fatto lo stesso). Perché, secondo lei, questa adesione di menti fervide al mito, che poi si rivelò un inferno, della guerra? Si può parlare, per i poeti soldati che andarono in guerra da volontari, di un abbaglio ideologico dettato anche dalla pressione (letteraria, storica) del lascito risorgimentale? C’era il senso della patria irredenta e forse un malinteso senso dell’onore e della patria, oppure un semplice frutto avvelenato della retorica, quando la realtà mandava altri segnali di rovina.

Quasi tutti i poeti-intellettuali italiani fra il 1914 e il 1915 si schierarono per l’interventismo. Persino il mite Giovanni Pascoli, poco prima di morire, aveva benedetto la guerra di Libia del 1911, sulla base del proprio equivoco socialismo umanitario. Ma dopo Sarajevo il concerto fu sinfonico. Il futurista Marinetti aveva da tempo una visione soltanto estetica della guerra, ridotta a spettacolo pirotecnico e a sintesi velocizzata. I toscani Papini e Soffici scelsero il teppismo di chi si ribella alle tergiversazioni del regime liberale. Ungaretti, nato ad Alessandria d’Egitto e cresciuto culturalmente a Parigi, voleva diventare italiano a tutti i costi, così come Saba, che almeno però era di Trieste, e dunque cittadino asburgico. In tutto questo, e in altre posizioni ancora, appare un vecchio vizio del letterato italiano: la sua natura élitaria, e di conseguenza la sua spinta ad “andare verso il popolo”, a colmare il distacco, a nutrire il proprio classicismo esangue con la vera e calda vita. Vitalismo, populismo e pauperismo, come sappiamo, arriveranno fino a Pasolini, ma intanto nel ’14-’15 indussero gli intellettuali a un empito di generosità patriottica, di condivisione unanime, di affratellamento. Ognuno vide nella guerra la medicina per la propria solitudine, o la sutura della faglia che divide il poeta moderno dalle masse. Ma la responsabilità di quei poeti è ugualmente grande: non mi risulta che qualcuno fra essi si sia preso la briga di verificare in che modo la Grande Guerra si stava combattendo, soprattutto sul fronte franco-tedesco: cariche frontali, mitragliatrici e fuoco di sbarramento, centinaia di inutili morti al minuto. La brama di realtà e concretezza cancellò nei nostri letterati ogni presa sulla realtà e sulla concretezza. Restarono mille buone intenzioni, la morte in battaglia o una feroce disillusione. Dopo la guerra la poesia italiana tacque sostanzialmente per molti anni, fatta eccezione per il primo Montale, fino ad approdare all’Ermetismo.

A proposito del discorso sulla lingua con cui fu rappresentata questa carneficina, i poeti italiani se e in che modo hanno piegato questa retorica ottocentesca che commemorava i caduti? Ci furono motivazioni espresse in maniera altisonante, del loro andare in guerra e della loro morte, le stesse ragioni che troviamo riassunte in una sintesi involontariamente crudele, sulle lapidi (“Pietro Boldi, colonnello del 67° Reggimento Fanteria caduto eroicamente combattendo nei pressi del Monte Farfa il 26 ottobre del 1917 …nessuna parola varrebbe a ritrarre la sua fede, la tenerezza del suo patriottismo, le aspirazioni sublimi…”). In che modo i poeti reagirono a un linguaggio che per essere efficace doveva in qualche modo avere presente anche la lingua usata nelle lettere scritte o dettate da soldati praticamente analfabeti? Ve ne sono alcune che ritraggono efficacemente la loro condizione materiale, come quella scritta da Vincenzo Rabitto, di professione zappatore, classe 1899: “abbiamo vinto la guera ma abbiamo perso il manciare”….

Il 5 maggio 1915, sbarcato in Italia dalla Francia, dove si era rifugiato da cinque anni per sfuggire ai creditori, D’Annunzio pronunciò un “fervido discorso”, in cui furono udite frasi come queste: «Oggi sta su la patria un giorno di porpora; e questo è un ritorno per una nova dipartita, o gente d’Italia. Se mai le pietre gridarono nei sogni dei profeti, ecco, in verità, nella nostra vigilia questo bronzo comanda. È un comandamento alzato sul mare. È una mole di volontà severa, al cui sommo s’aprono due ali e una ghirlanda s’incurva», eccetera: un fiume di parole insensate e grottesche, bastevoli da sole a cancellarne l’autore da tutte le storie letterarie serie, o almeno compassionevoli. Il bello è che – parlando a Quarto, in Liguria, da dove Garibaldi era partito con i suoi Mille – D’Annunzio volle spacciare l’ormai prossima guerra per un nuovo e glorioso capitolo del nostro Risorgimento. Ora, del Risorgimento ho una visione piuttosto negativa, viste le modalità con cui si è compiuto: ma la Prima guerra mondiale è cosa del tutto diversa. Durante il Risorgimento le masse italiane erano rimaste per lo più passive, mentre fra il ’15 e il ’18 furono mobilitate da uno Stato Leviatano e mandate a morire. Che quella mobilitazione forzata sia stata interpretata più volte con eroismo, sul campo di battaglia, non toglie che sia stata reale e diffusa. L’adesione alla guerra riguardò la gioventù piccolo-borghese, di media cultura, infarinata di cultura classica e di nazionalismo. E la poesia sentì di poter giocare la sua ultima carta: rimuovendo totalmente Leopardi (la cui “vita strozzata” del resto era stata stigmatizzata da Croce), credette di poter rigiocare il ruolo che si era illusa di aver ricoperto nelle vicende ottocentesche, passando per l’ode Marzo 1821 di Manzoni, l’inno di Mameli e le abili trombonate carducciane. Pressoché unica garanzia classicistico-retorica della nostra unità nazionale, la tradizione della Poesia (con la maiuscola) si sentì in grado di rimontare lo svantaggio accumulato nei primi anni del nuovo secolo da ironisti e crepuscolari, come Palazzeschi e Gozzano. Ed ecco la brutta prosa/poesia delle lapidi e dei monumenti ai caduti, iniettata nel corpo della nazione da coloro che avevano fatto di tutto affinché cadessero. Ed ecco anche la tragica scollatura fra i bisogni elementari dell’eterno “cafone” analfabeta – bisogni che lo stato unitario si era guardato bene dal soddisfare – e una Nazione davvero presente solo nella letteratura imparata a memoria da chi era andato al liceo.

Secondo lei ci voleva questa Guerra per far nascere una parola capace di capovolgere il non senso esausto e irresponsabile della carneficina, con le sue ingombranti parole d’ordine (Patria, Dovere, Coraggio, Onore), in una prosa diversa che riflettesse al di là della guerra “quei pochi indipendenti che vissero di altri ideali”, come scrive Hugo Ball, fondatore della avanguardia dadaista?

La Grande Guerra colpì duramente anche la cultura. In quegli anni morirono – di malattia o in battaglia – Renato Serra, Guido Gozzano, Giovanni Boine, Umberto Boccioni. Ma il dopoguerra portò ben pochi rinsavimenti. Già neutralista nel 1915, solo Palazzeschi osò pubblicare un libro contro la guerra appena trascorsa. Viceversa, lo spirito ribellistico, antiliberale e il disperato populismo delle élites intellettuali si videro bene in Ungaretti, Papini, Soffici, Marinetti o Bontempelli, per non parlare di D’Annunzio, che si avvicinarono moltissimo al fascismo o vi aderirono entusiasticamente. Se Pirandello si iscrisse al PNF dopo il caso Matteotti, nel 1924, il ventottenne Carlo Emilio Gadda lo aveva fatto fin dal 1921. Fra i giovani, Leo Longanesi, Mino Maccari, Elio Vittorini, Vitaliano Brancati, a cavallo fra anni Venti e Trenta, ebbero le loro infatuazioni littorie, sempre per l’odio provato nei confronti della cultura borghese. La letteratura italiana visse del “caso Svevo”, degli Ossi di seppia di Montale, della bella prosa rilanciata dalla «Ronda» e da «Solaria», e di qualche romanzo sopravvissuto, come quelli di Federigo Tozzi, del Rubè di Borgese, dei Tre operai di Bernari, degli Indifferenti di Moravia, di Fontamara di Silone (che però uscì all’estero). Quanto alla poesia, Campana uscì di senno, Sbarbaro si diede alle sue prose minime, Jahier tacque del tutto. Clemente Rebora, prima di farsi frate, scrisse ancora pochi versi. Ma trovo sintomatico che una delle più potenti e più antiretoriche poesie del nostro Novecento, Viatico, fu ispirata a Rebora proprio dalle atrocità della trincea, restando però fra i versi sparsi e a lungo inediti. A passare, piuttosto, fu il “paese innocente”, ma in realtà limatissimo, di Ungaretti, col suo «M’illumino / d’immenso». Di lì venne l’Ermetismo: forse anch’esso una risposta alla percussiva enfasi del Credere, Obbedire, Combattere, ma comunque fautore di una poesia “preziosa”, di una religione delle lettere.

Lei che insegna italiano e ha scritto anche un e-book sull’insegnare la poesia a scuola, ci può dire come il tema della guerra viene elaborato e accolto dai ragazzi attraverso la lettura di Ungaretti, Montale, Saba? Sono parole che li commuovono, li toccano, ancora, in qualche modo?

Naturalmente i miei alunni sono un po’ influenzati dalle scelte appassionate del loro insegnante… Ad esempio, proprio Viatico di Rebora, così contundente, li persuade molto. Tuttavia, e per fortuna, diversi di loro amano i versicoli del fante Ungaretti e meno Umberto Saba, che invece è per me molto più grande di lui e anche una spanna sopra Montale. L’importante, in ogni modo, è che i ragazzi siano toccati dalle poesie, sappiano collocarle criticamente nel loro tempo, sì, ma anche leggerle con quella parte della mente che chiamiamo “cuore”. Al di fuori del tema bellico, i ragazzi dell’ultimo anno sono spesso attratti da Sandro Penna e da Giorgio Caproni. Un caso a parte restano i versi martellanti di Shemà, la poesia che apre il Se questo è un uomo di Primo Levi. Un verso dice: «Vi comando queste parole»: ecco, lì i ragazzi comprendono che la poesia è un affare serio, è un fenomeno al tempo stesso straordinario e connaturato, che ci riguarda tutti.

In una sua poesia, I tempi morti, lei scrive: «fra storico / e vile è lo sguardo di due anziani / reduci del Novecento, fra le mani / due sorti. Più degli andati – si stringono – / verranno tempi morti». Ecco, in che modo il tempo della guerra, rivissuto nel ricordo da questi anziani che ora vivono un tempo morto, è stato raccontato e tramandato, se è stato tramandato, dai nostri nonni ai nostri figli? È una domanda urgente visto che i testimoni della prima sono tutti scomparsi e presto lo saranno anche coloro che hanno combattuto la seconda.

Provo a risponderle con un apologo. Se mi chiedessero di tornare indietro nel tempo e scegliere fra il combattere nella Prima o nella Seconda guerra mondiale, io sceglierei quest’ultima. Fra il 1939 e il 1945 l’uomo ha davvero messo all’opera la propria parte oscura, mai come prima ha rivolto ogni conoscenza tecnica al proprio annientamento. Eppure, in quegli anni lottare contro i fascisti e i nazisti, o anche soltanto provare a sfuggire loro, aveva un forte significato etico. Si poteva combattere per la libertà, ci furono la Resistenza e una notevole capacità di elaborazione politica – penso ad esempio al Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Durante la Grande guerra, invece, furono la Patria, le terre irredente, Trento e Trieste, l’onore e il Risorgimento a mandarti al macello, verso una morte sistematica, anzi automatica e inerziale. Con i suoi assalti frontali, il comandante in capo Luigi Cadorna e i suoi colleghi francesi, inglesi e austro-tedeschi, ti reificavano e omologavano senza scampo, come poi faranno i totalitarismi degli anni immediatamente successivi. Insomma, una strettoia soffocante, nessuno spazio di manovra, abolita ogni creatività ideale. La vittoria significava poter chiamare “Italia” un paio di città in più e un certo numero di montagne. Vorrei che si tramandasse questo: il male è insopprimibile, ma gli unici che possono combatterlo sono gli individui pensanti, che sanno di poter tutelare la propria libertà solo se si prendono cura di quella altrui. La stessa democrazia, amo ripetere, non è il regime in cui tutti sono uguali, ma quello in cui, nei limiti della legge, tutti hanno il diritto di essere diversi.